Fargo / The Leftovers: Quando la seconda stagione è meglio della prima!

a cura di Sebastiano Marconcini

All’interno del vasto panorama televisivo (e non), fortunatamente, sono sempre di più le serie tv che emergono per la loro qualità. Tuttavia, se mantenere lo stesso livello qualitativo dopo una prima stagione è già cosa difficile, lo è ancora di più sapersi migliorare nel tempo. Per questo motivo, la seconda stagione diventa uno dei momenti più importanti per una serie tv e può determinarne la definitiva consacrazione, oppure no (qualcuno sta dicendo True detective?).

Da questo punto di vista, gli ultimi mesi hanno visto due vincitori assoluti: le serie Fargo e The Leftovers. Pur essendo, in un certo senso, serie di nicchia, queste hanno ottenuto fin da subito diversi riconoscimenti da parte sia di critica che di pubblico, riconfermandosi entrambe con una straordinaria seconda stagione.

Questo, però, non è il solo elemento che le accomuna. Anche se in modo completamente diverso, entrambe le serie offrono uno spunto di riflessione sulla dimensione umana; quanto l’uomo sia piccolo e come possa essere inerme di fronte a un qualcosa, indipendentemente da come vogliamo chiamarlo, di più grande.

Fargo

Iniziamo a parlare delle due serie tv partendo da Fargo. Una serie ispirata, come molti di voi avranno già intuito, all’omonimo film del 1996 dei fratelli Coen, che qui partecipano al progetto in veste di produttori esecutivi. Ciò che lega al serie al film, tuttavia, non è nella trama, ma nel tono e nello stile registico, basato sul sapere prendere storie di genere e darne uno sguardo personale tramite un perfetto equilibrio tra elementi del crime, della black comedy e del surreale.

Fargo è strutturata come serie antologica, quindi ogni stagione è autoconclusiva e racconta storie differenti, anche se l’elemento geografico (in realtà non siamo mai veramente a Fargo ma solo nelle vicine cittadine del Minnesota) e alcuni collegamenti tra i personaggi uniscono le diverse serie.

La prima stagione è ambientata nel 2006 e vede protagonisti Lester Nygaard (Martin Freeman), timido assicuratore, e Lorne Malvo (Billy Bob Thorton), killer su commissione e criminale sui generis, che per caso si incontrano nel pronto soccorso di un ospedale. La seconda stagione, invece, è ambientata nel 1979 e si concentra su uno scontro tra mafie sul quale indaga l’agente Lou Solverson (Patrick Wilson) e nel quale si trovano coinvolti la giovane coppia composta da Ed e Peggy Blumquist (Jesse Clemons e Kirsten Dunst).

In entrambe le stagioni è la casualità ad essere il vero fulcro di tutti gli avvenimenti, come è arbitraria l’interpretazione degli stessi da parte dell’uomo. Incontri del tutto casuali porteranno uomini qualsiasi – che conducono una vita qualunque tra le distese di neve nel Minnesota – a lasciare dietro di sé lunghe scie di sangue. Ed è ironico come alcuni personaggi esprimano il desiderio di riuscire a cambiare se stessi, ad auto-determinarsi, ma in realtà nulla possono verso quello che sembra il loro destino e niente sembra avere senso.

Un vero gioiello nel panorama televisivo; non solo per i temi offerti nella riflessione appena fatta, ma proprio nella realizzazione della serie stessa. Tutto è perfetto, dalla regia, come ad esempio le meravigliose viste sul paesaggio o le sequenze dove pur non mostrando di per sé l’atto violento se ne percepisce tutta la tensione, alla sceneggiatura ed i dialoghi. Chiude il tutto un cast magnifico, dalle inarrivabili performance di Freeman e Thorton della prima stagione agli comunque ottimi protagonisti della seconda: Wilson, Clemons ed una fantastica Dunst.

È una serie che riesce a combinare significati più alti ad una sottile comicità basato sul grottesco, che nonostante dopo la visione lasci allo spettatore un retrogusto dolce-amaro, va sicuramente assaporato.

The Leftovers

Passiamo ora a The Leftovers, serie tv ispirata all’omonimo romanzo di Tom Perrotta, arrivato in Italia con il titolo “Svaniti nel nulla”. La premessa è tanto semplice quanto sconvolgente: un giorno, improvvisamente, scompare dalla terra il 2% della popolazione umana (tra cui non mancano numerosi personaggi vip, come Jennifer Lopez).

il fatto, però, costituisce solo il prologo alla serie, infatti la trama si concentrerà sui rimasti (the leftovers, appunto) e sulla loro reazione all’evento. In un certo senso la trama ci rimanda subito al tema della morte, qui estremizzato con questa sparizione improvvisa, perché alla morte un senso forse si riesce ancora a trovarlo. Di fronte ad essa infatti ci troviamo il più delle volte a parlare di chi ci ha lasciato, piuttosto che rivolgerci alle persone che sono rimaste ed alle loro emozioni.

The Leftovers quindi ci racconta quelle che possono essere le diverse reazioni ed emozioni alla scomparsa di un proprio caro attraverso diversi personaggi, fra i quali è emblematica la famiglia Garvey, in cui ogni membro gestisce diversamente tale evento. Risulta quindi interessante l’analisi delle diverse possibili reazioni, passando da un certo negazionismo, ala voglia di continuare al senso di colpa, perfettamente rappresentato dalla setta dei Guilty remnants (Colpevoli sopravvissuti), che con i loro comportamenti “stravaganti” hanno come unico scopo che la gente non dimentichi.

Notevole anche il percorso fatto con la seconda stagione (del tutto originale rispetto al libro da cui è tratta), una sorta di reboot, dove i personaggi principali, dopo gli eventi della prima stagione, si trasferiscono per cercare un nuovo inizio e lo fanno nell’unica località che non aveva subito la “grande sparizione”.

È difficile definire The Leftovers, dove la narrazione è più concentrata sulle emozioni e sulle parole non dette rispetto alla descrizione degli eventi. Un grande merito in tal senso va a Damon Lindelof, non a caso uno dei co-creatori del complesso Lost, e lo stesso Tom Perrotta, qui in veste di sceneggiatore, che riescono a portare gli spettatori in un continuo e vorticoso crescendo di emozioni. Ottimo anche il cast, tra cui una menzione speciale va a Amy Brenneman, Carrie Coon, Ann Dowd, Justin Theroux, Christopher Eccleston e Regina King, oltre alla perfetta colonna sonora firmata da Max Richter.

In conclusione, The Leftovers è una serie tv che non bisogna cercare di capire ma a cui semplicemente abbandonarsi, facendosi travolgere dalla sua poesia e dalle sue emozioni.

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