Danny Boyle

a cura di Sebastiano Marconcini

Classe 1956, Danny Boyle è un regista britannico che quasi sicuramente molti di voi conosceranno per questo o quell’altro film. Alcuni vi saranno piaciuti, altri meno, ma è innegabile il segno che il regista ha lasciato nel mondo del cinema.

Dopo alcune prime esperienze teatrali e televisive, il debutto cinematografico avviene nel 1994 grazie alla black comedy Piccoli omicidi tra amici. Il film racconta di tre amici che convivono in un appartamento di Edimburgo, i quali decidono di affittare una camera ad un misterioso romanziere. Un giorno i tre trovano il coinquilino morto insieme ad una valigia piena di soldi, evento che stravolgerà il loro rapporto oltre che alle loro vite.

A sancire il successo mondiale di Boyle è però il suo secondo lavoro, Trainspotting (1996). Del film parleremo meglio tra qualche riga, ma è giusto sottolineare come da questo lavoro si possa individuare la cifra stilistica dei futuri lavori del regista, caratterizzata da una tendenza ipercinetica, dal ritmo calzante che non lascia mai allentare la tensione e sempre onesta nel mostrare la realtà senza falsi pudori.

Dopo alcuni film, tra cui il passo falso di The Beach (2000) e l’ingiustamente snobbato Sunshine (2006), i maggiori riconoscimenti per il regista arrivano con The Millionare (2008) e 127 Ore (2010).

Il primo film, che riceve ben 8 statuette agli oscar 2009 tra cui quello per la miglior regia a Boyle, racconta della storia d’amore tra Jamal e Latika attraverso la sua esperienza alla versione indiana di “Chi vuol esser milionario?”, il tutto però forse con ritmi troppo frenetici, vista la ricchezza di contenuti (alcuni di influenza bollywoodiana), con cui non si riesce a soffermarsi sulle questioni sollevate dal film.

Meglio 127 Ore, che racconta la vera storia di Aron Raiston, escursionista rimasto intrappolato per quasi cinque giorni in un canyon dello Utah. Qui, grazie anche all’ottima performance di James Franco, si è potuto maggiormente apprezzare la qualità dello stile nella regia di Boyle, che, anche con un’inquadratura ferma, non lascia mai calare la tensione e senza nascondere niente di questa terribile storia di sopravvivenza.

Ora non resta che visionare l’ultima opera del regista, il biopic sulla controversa figura di Steve Jobs.

Un film: Trainspotting

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Tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, Trainspotting racconta delle giornate di quattro giovani di Edimburgo alle prese con l’eroina. Sono la droga, gli eccessi ed il rifiuto delle convenzioni, simbolo di una middle class inglese disillusa, ad essere i protagonisti della pellicola. Disgusto, rabbia, squallore e morte: nulla viene tralasciato sul mondo della tossicodipendenza. Il tutto rappresentato con estremo realismo e sfrontata crudezza, e qui non si può non citare la famosa scena del bagno dove Renton (Ewan McGregor) non si fermerà di fronte a niente pur di recuperare la sua droga.

In poche parole Trainspotting è Danny Boyle, dai ritmi narrativi alla rappresentazione di uno spaccato della società, dal montaggio alla cura dei particolari, come ad esempio la colonna sonora che in questo caso, attraverso scene iconiche, ha rilanciato veri capolavori della musica come Perfect day di Lou Reed e Lust for life di Iggy Pop, o reso celebri canzoni come Born slippy degli Underworld, perfetta sul finale del film.

A questo punto non ci resta che attendere il sequel del film, basato sul romanzo Porno di Irvine Welsh, che vedrà riuniti il regista e l’intero cast originale.

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